tavola apparecchiata nei film

La tavola apparecchiata rappresenta il cibo, il nutrimento, ma è anche un simbolo, un’ espressione di culture e società da sempre nell’immaginario cinematografico. Si può quasi dire che non esista film in cui il cibo non sia, pur minimamente, mostrato, preparato, mangiato o almeno evocato.

Sono talmente tante queste pellicole che ne citeremo solo alcune, le più famose.

La rappresentazione della tavola apparecchiata nei film e nelle epoche

Periodo 1920–1939

In “Amarcord” di Federico Fellini il legante è rappresentato dalla figura della madre, tant’è che, quando questa alla fine del film muore, la cucina viene rappresentata vuota e quella che in precedenza era una tavola apparecchiata riccamente non è più pronta e imbandita, a simboleggiare lo sfaldamento dei rapporti interni alla famiglia, e di conseguenza della società.

A ben guardare, nella pellicola felliniana, come in tutte quelle del cinema italiano fino agli anni ’50, nonostante la centralità della figura materna, la donna si occupa di cucinare e apparecchiare la tavola per tutti, ma non mangia mai, né si siede con gli altri (simbolo fascista e pre-bellico di una figura femminile esente da ogni tipo di appetito).

Anche nel film “Novecento” di Scola si assiste alla netta contrapposizione tra il modo di mangiare e di stare a tavola di una famiglia ricca e aristocratica, da un lato, e di una contadina e povera, dall’altro.

La prima tavola apparecchiata in questa pellicola è quella della casa aristocratica, nella quale il giovane figlio è costretto a mangiare le rane fritte, emblema di un cibo costoso, che lui detesta e che sputa, a simboleggiare anche la sua ribellione contro la supponenza e l’arroganza di quella classe sociale, generando l’ira del padre-padrone che la incarna.

La tavola della famiglia povera e contadina, al contrario, pur avendo anch’essa una sua gerarchia rigida, è un esempio di unione: i commensali attingono dai piatti comuni, e ciò che si avverte è il senso di condivisione.

Periodo 1939-1945

A simboleggiare il I° conflitto mondiale è “La grande guerra” di Mario Monicelli, dove non c’è spazio per posate, piatti, bicchieri, tovaglia e tavolo: ci sono solo le trincee e una gallina che rappresenta l’unica possibilità che i soldati di entrambe le fazioni hanno di sfuggire al disgustoso rancio militare. La pellicola è la messinscena della tragicità di ogni conflitto, che cancellando le differenze lascia emergere le drammatiche similitudini della fame, degli stenti e delle privazioni, a causa delle quali una tavola apparecchiata e imbandita diventa solo un lontano, amaro ricordo.

Periodo 1945–1948

Dopo la fine della guerra in Italia, i piatti restano ancora vuoti in quasi ogni casa.

Nel film culto “Ladri di biciclette” di De Sica padre e figlio, eccezionalmente, mangiano in un’osteria romana, cibi semplici e poco costosi, sotto lo sguardo insistente e supponente di una famiglia benestante che al tavolo accanto consuma ogni bendidio come si trattasse di un pranzo di Natale. Com’è la tavola apparecchiata del padre e del figlio? Priva di tovaglia, i piatti e i bicchieri tipici da osteria, e le posate assenti, perché al piccolo non servono, dal momento che usa le mani per consumare il suo panino con mozzarella filante. Ma non è tutt’oro quello luccica: mentre infatti a questa povera tavola padre e figlio parlano, e si percepiscono unità ed empatia, a quella dei commensali benestanti alla ricchezza del cibo non corrisponde la pienezza di sentimenti, il bambino è circondato da una famiglia distante e indifferente nei suoi confronti.

Gli anni ’50

Una tovaglia di tessuto bianco compare sulla tavola nella scena finale di “Miseria e nobiltà”, e nonostante questo Totò non si esime dal salirci coi piedi, ballando tra piatti di porcellana con tanto di righino dorato, forchette e coltelli d’argento, calici in vetro (come nella tradizione della migliore tavola apparecchiata in modo elegante), vassoi con carni e pesci, spaghettiere (a voler essere pignoli, su questo tavolo mancano solo il vino rosso o vino bianco, a seconda dei gusti e delle pietanze): ma al diavolo le posate, Totò e gli altri gioiscono mangiando con le mani, e infilandosi la pasta finanche nelle tasche.

Riquadri di foglie, fiori e frutta per la tovaglia della tavola alla quale l’”americano a Roma” Alberto Sordi, inizialmente rapito dai modelli e dai miti americani, finisce col rinnegare mostarda, latte, e marmellata, riaffermando il suo amore per gli spaghetti preparati dalla mamma. La scena si svolge nella tipica cucina italiana, con tavolo centrale, sul quale troneggia a destra del piatto di pasta l’immancabile fiasco di vino rosso, lavandino in pietra, cibi e pentolame attaccati alle pareti: insomma, all’epoca non si era stati ancora invasi da isole, penisole e angoli snack!

Gli anni ’70

Gli anni Settanta sono il periodo della crisi economica, sociale, dei valori e della famiglia.

Marco Ferreri è il regista del cibo, che nei suoi film non manca mai, divenendone addirittura protagonista. L’accoppiata cibo=morte e l’ossessione per il cibo, nelle sue infinite sfaccettature, è onnipresente: emblema ne è “La grande abbuffata”, la messinscena della lotta tra il cibo e l’uomo, in cui quest’ultimo soccomberà tristemente: pellicola che propone l’abbuffata bulimica come il modo perfetto per stordire i sensi, per addormenta il pensiero e astenersi dal giudizio.

Gli anni ’80

Piatti (tondi, bianchi, in ceramica), posate, vassoi e boule (rigorosamente in plastica, con toni accesi di rosso), porta-condimenti, non mancano sulla tavola apparecchiata a buffet del film “7 kili in 7 giorni” di Verdone: peccato che a mancare sia il cibo. Testimonianza di un’ossessione, quella per la magrezza, che caratterizza gli anni Ottanta, durante i quali il cibo, dopo aver prestato il fianco all’eccesso, si concede alla patologia.

Gli anni ’90

E si continua in modo analogo anche negli anni ’90, con pellicole incentrate sulle nuove patologie dilaganti, anoressia, bulimia, fame nervosa, e obesità, come “Briciole” di Ilaria Cirino, “Trauma” di Dario Argento, “Il grande cocomero” di Francesca Archibugi.

Insomma, anche attraverso i prodotti cinematografici è possibile sviscerare il rapporto con “le cose da mangiare” che caratterizza le diverse epoche storiche: che si tratti di una relazione positiva o negativa, tutti dimostrano quanto la tavola apparecchiata sia un importante elemento sociologico e il modo in cui apparecchiare la tavola  presenti una simbologia sottile e pregnante.